De Laurentiis, i censimenti e la voglia di «Superleghina»

I monologhi di Aurelio De Laurentiis dovrebbero essere studiati all’università, non semplicemente masticati e sputati in curva o al Bar Sport.

De LaurentiisFoto Mosca
Articolo di Roberto Beccantini12/02/2024

I monologhi di Aurelio De Laurentiis dovrebbero essere studiati all’università, non semplicemente masticati e sputati in curva o al Bar Sport. Il padrone del Napoli riassume e incarna il protagonista del film sul calcio che, da cine-impresario, ha spesso sognato di realizzare; e scartato, sempre, per carenza di candidature valide. Eccetto la sua.

Vi do conto dell’ultima esternazione: in Senato, addirittura. «Bisogna resettare la Lega, non è riducendo la serie A a 18 unità che si bonifica il sistema. C’è un campionato della parte sinistra della classifica e uno della parte destra. Le squadre di città con ventimila abitanti falsano il torneo». Alla lettera: falsano. E poi, improvviso, l’ennesimo petardo: «La Superlega è stato uno strumento per far dire all’Europa che non esiste il monopolio nel calcio».

Il quorum dei ventimila abitanti come dogana estrema (sopra, il profumo di Premier; sotto, il tanfo di rodeo ancestrale e marginale) è un classico di una certa narrazione. Nel febbraio del 2015 – dunque, in un passato che evidentemente non passa mai – ci aveva già provato Claudio Lotito. «Ho detto ad Abodi (presidente, allora, della Lega di B): Andrea, dobbiamo cambiare. Se me porti su il Carpi… Se me porti squadre che non valgono un cazzo noi fra due o tre anni non c’abbiamo più una lira – diceva il presidente della Lazio, parlando con il direttore sportivo dell’Ischia, Pino Iodice – Perché io quando vado a vendere i diritti televisivi, che abbiamo portato a 1,2 miliardi grazie alla mia bravura, fra tre anni se c’abbiamo Latina, Frosinone, chi cazzo li compra i diritti? Non sanno manco che esiste, Frosinone. O Carpi, li mortacci loro. E questi mica si pongono il problema».

Per la cronaca, e per la storia, Carpi fa 72.384 abitanti; Frosinone, 43.354; Latina, mai promossa in A, 127.340. Senza dimenticare, e qui si ritorna ad Adl, che proprio a Carpi, culla di Gregorio Paltrinieri e Liliana Cavani, decollò la carriera di Cristiano Giuntoli, parte-nopeo e parte-gobbo. La sensazione è che Aurelio covi, in cuor suo, l’idea di una «cosa» che per troppi motivi non chiamerà mai Superlega, «accà nisciuno è fesso», ma «Superleghina», che non è etica né etichetta, non si confonde con Andrea (Agnelli) e mira a moltiplicare, comunque, il monte-premi. Con lo ius soli (i risultati del campo) per ora in vantaggio sullo ius bacheche (l’albo d’oro, la tradizione).

A 74 anni, «Dela» si guarda allo specchio e per paura di scoprirsi vecchio o, peggio ancora, omologabile alla massa, continua a pescare nel laboratorio di Charles Bukowski un testa di o un vaffa con i quali stemperare l’ipocrisia e incanalare il traffico verso le sirene della sua dialettica pecoreccia e funambolica. Nel 2007, subito dopo la tragica fine dell’ispettore Filippo Raciti durante gli scontri di Catania-Palermo, De Laurentiis si presentò in Lega e tenne una lectio magistralis su come gli Stati Uniti avevano risolto, «forever», la rogna degli incidenti negli stadi. L’assemblea lo seppellì di applausi. Si racconta che, nel giro di un paio di giorni, Massimo Moratti ricevette una telefonata. Era Aurelio: «Massimo, mi puoi inviare per favore un chilo di tornelli?», gli aggeggi che, all’ingresso delle arene, avrebbero dovuto calibrare il flusso e deflusso del popolo. Moratti ne sorride ancora oggi.

I blitz in motorino senza casco, la guerra sporca a Piotr Zielinski e al suo agente, l’abbaglio di Rudi Garcia, i privilegi di uno scudetto storico. E la frecciata: «La Champions? Mi aspettavo di vincerla. Se l’ha sfiorata l’Inter finita lontanissima, perché non noi?». Bukowski lo avrebbe liquidato così: «Secoli di poesia e siamo sempre al punto di partenza».

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