La costruzione dal basso ammazza il Napoli: urge una rottura

L'analisi del direttore di Sport del Sud Carlo Iacono, sulla costruzione dal basso del gioco del Napoli, reduce dal pareggio per 2-2 contro il Frosinone

Napoli, ConteFoto Mosca
Articolo di carloiacono15/04/2024

Come un incubo, anzi peggio perché è la realtà. Il Napoli dopo Monza è ritornato alla sua realtà: una dimensione amara, misera e deludente. Qualcuno si era volontariamente illuso in Brianza: “siamo ritornati”, “questi sono gli azzurri che conosciamo”, “da qui alla fine sarà un cammino dignitoso”, “le vinceremo tutte”. Come non detto. Quando il destino è segnato, affannarsi è uno spreco di energie.

Un 4 a 2 non fa primavera. Non l’ha fatto nemmeno il sole cocente che illuminava e riscaldava ieri il Maradona come se si fosse già in una domenica agostana. Gli spalti erano gremiti, c’era il pubblico delle grandi occasioni. E Napoli-Frosinone una grande occasione lo è stata: una grande occasione persa.

La Champions resta un miraggio. Pensare al quarto, al quinto, o, addirittura al sesto posto – ora che la vittoria di una tra Atalanta e Roma dell’Europa League potrebbe aprire scenari mai concretizzatesi nella storia – è coraggioso, impavido. Non è più e solo una questione di punti, forse non lo è mai stato. Scemi noi che guardavamo al banale, non alla sostanza.

Il Napoli con 32 partite all’attivo ha 49 punti ed è ottavo. Il quarto posto è occupato dal Bologna a 59, segue la Roma a 55 (con 20 minuti e più da recuperare ad Udine), poi l’Atalanta a 50 (con due partite in meno).

6 o 7 lunghezze da recuperare a sette giornate dalla fine potrebbero rappresentare un’impresa possibile. Non c’è nulla che non si possa salvare con la volontà. Una montagna ardua da scalare, ma mica tanto se sei campione in carica. Però questo Napoli di “campione”, speciale, non ha più nulla e il match con i ciociari ne è stata una drammatica fotografia. Un 2 a 2 che contiene in sé tutti i piccoli orrori in seno agli azzurri da inizio campionato.

Naturalmente, del fallimento va sempre designato un colpevole. Per molti, ieri, lo è stato Meret che ha servito la rete del pareggio al Frosinone su un vassoio d’argento: “prendete e segnatemi tutti”. Due difensori centrali larghi, il portiere azzurro al centro perde tempo per cercare un’opzione di passaggio a terra, arriva Soulè, gli sposta il pallone che finisce a Cheddira, l’ex Bari segna.
“Alex, maledetto il giorno che ti abbiamo incontrato!”. Ma andiamo indietro un attimo, alla prima rete dei ciociari.

Siamo intorno al quinto minuto del secondo tempo. Rrahmani per elaborare da manuale mette in condizione Meret di doverla sparare lunga sui piedi degli avversari. Questi la riconquistano e in tre tocchi vanno in porta. Palla in mezzo, attaccante (sempre Cheddira) solitamente libero in area, incornata, rete.

C’è una similitudine, che poi risulta allo stesso tempo l’assoluzione di Meret. Innanzitutto dobbiamo raccontare di un rigore parato a Soulè dal portiere azzurro al 30esimo, di un paio di interventi degni di nota nei primi 45’, e di un vero e proprio miracolo messo a referto all’83esimo: ennesima dormita difensiva, Seck da due passi deve solo spingerla dentro – anche col fiato se vuole – ma il numero uno non è d’accordo e si esprime alla Garella.

Si ritorna alla similitudine: la costruzione dal basso è il più grande male del calcio contemporaneo, e quando lo si capirà a Napoli sarà troppo tardi. Solo Conte, o forse Pioli, potranno estirpare da questa terra il piacere masochista di assecondare questa assurda convenzione estetica. Ogni volta che ci si trova sul lato della maggioranza, sarebbe il momento di fermarsi a riflettere.

Della partita c’è da dire ciò che è stata: un film già visto. Di Monza sono rimaste le grandi giocate estemporanee, le epifanie, le qualità dei singoli che per forza di cose emergono come piccole eruzioni, fiammate incontrollate. Il gol di Politano al 16esimo è stato bellissimo, una botta da fuori alla Foden. Quello di Osimhen, invece, all’63esimo frutto del killer instinct: conclusione dalla distanza al volo di Kvara, piede del nigeriano a due passi dalla linea di porta. Il georgiano poco prima aveva impegnato Turati con un bel tiro dalla distanza.

Folgorazioni che non sono bastate al Napoli per vincere. L’anno scorso gli impeti avevano uno spartito, era un miracolo domarli e assecondarli, renderli sistematici. C’era un piano e la voglia di partecipare a qualcosa di più grande dell’individualità.

Oggi non c’è un sistema, un obiettivo comune, una condivisione di intenti, ci sono fuochi che ardono distanti. Questo porta al lassismo, a mancanza di attenzione, alla distrazione, alla mancata cura dei dettagli. Inevitabilmente alla sconfitta.

Al Maradona si è chiusa sotto i fischi. Si chiuderà così la stagione e la più grande speranza che si possa cullare e che sarà seguita da una totale rottura col passato. 
Più lontano è lasciato il passato dietro di noi, più siamo vicini a forgiare il nostro carattere. E un nuovo carattere è ciò di cui ha bisogno questo club.

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