Il fantasma di Sarri fra Napoli, Lazio e Juventus

Domani sera all'Olimpico si affronteranno Lazio e Juventus, due delle tante squadre che sono state allenate da Maurizio Sarri.

SarriFOTO MOSCA
Articolo di Roberto Beccantini22/04/2024

Domani sera, sull’Olimpico, non volerà soltanto l’Aquila di lotitiana ordinanza. Ci sarà pure, tra le nuvole di passione e tensione, la tuta di Maurizio Sarri. Con i suoi taccuini, le sue cicche e il suo lessico bukowskiano. Lazio-Juventus, semifinale di ritorno della Coppa Italia: all’andata, 2-0 per Madama, reti di Federico Chiesa e Dusan Vlahovic. Ai comandi, Igor Tudor.

Sdoganato dalla Treccani, il Sarrismo è un movimento di cultura calcistica che molto ci ha attratto e molto diviso. Nacque a Napoli, dopo una lunga, oscura e feconda gavetta in giro per l’Italia. Dimenticarlo, da Posillipo a Scampia, non è stato facile, né comodo: ci è voluto uno scudetto, addirittura, scolpito dalla grande bellezza di Luciano Spalletti. Il tridente che coinvolgeva José Maria Callejon, Gonzalo Higuain e Lorenzo Insigne siglò, a suo modo, un rinascimento; Dries Mertens «falso nueve» fu la rampa, nella stagione 2017-2018, del secondo posto e del record aziendale di punti (91); per tacere dei 36 gol del Pipita, tra il 2015 e il 2016, ennesimo record ed ennesima piazza d’onore.

«I titolarissimi». «Per realizzare un colpo di stato ne bastano diciotto». I duelli movioleschi con la Juventus. E quel mancato giallo a Miralem Pjanic contro l’Inter, legato ai destini del suo Napule. Diventò «C’è» Guevara: il popolo lo adorava e opponeva, orgoglioso, alla gelosia di Aurelio De Laurentiis. Esule al Chelsea, là dove il suo catechismo dovette adattarsi allo stile, ai ritmi e ai calendari fachireschi della Premier; e comunque, nel 2019, saltò fuori una Europa League, con uno scarto «finale» all’altezza dei suoi gusti: 4-1 all’Arsenal.

Improvviso, ecco «C’era» Guevara. A Torino, Andrea Agnelli capisce, o gli fanno capire, che il Massimiliano Allegri del quinquennio ha esaurito la benzina. Serve una svolta, continuare vincere e cominciare possibilmente a divertire, cosa che la Juventus-fabbrica ha di rado incoraggiato, dal movimiento di Heriberto Herrera alla zona-champagne di Gigi Maifredi. Il mondo si è aperto alla televisione come il Mar Rosso al passaggio di Mosè. Nichelino, ormai, fa rima con Pechino. Sarri accetta la sfida. Non deve più espugnare la Bastiglia: deve difenderla. Dalle piazze al palazzo, dai descamisados alle livree. Slogan così.

Convivere con Cristiano Ronaldo non deve essere semplice, per un precettore che sta all’Ego come Mario Draghi a Matteo Salvini. Ci prova. Ci riesce. Il prezzo è una sorta di compromesso. Palla sui piedi e amen. Cierre ne timbra 31, il suo «top» italiano; e Paulo Dybala si pappa l’oscar di miglior «attore». Sarà scudetto, il nono e ultimo consecutivo del ciclo. A dispetto di 12 rigori contro, record pure questo – per una squadra campione – all’epoca in cui Nicola Rizzoli, il designatore, aveva aperto i Mani-comi.

Il problema non è Sarri. È Andrea. Che impazzisce e, tra l’avanzata del Covid e l’implacabile fiasco in Champions, invece di confermalo lo esonera. Promuove Andrea Pirlo, salvo bocciarlo, nonostante la Supercoppa e la Coppa Italia, estremi gingilli a referto, e riesumare in maniera uterina il Feticista labronico. Ne pagherà un fio salatissimo. Maurizio, nel frattempo, si guarda attorno. Un anno di stop, e spunta Claudio Lotito, irrompe la Lazio. Due tornei e 28 partite. Un quinto posto, un secondo, gli ottavi di Champions, le semifinali di coppa, il k.o. arabo (con l’Inter) in Supercoppa. Molla dopo il 2-1 dell’Udinese.

Ha 65 anni, toscano tutto banca, panca e occhio per occhio: non le mandava a dire ai senatori della Vecchia («ma come cavolo avete fatto a vincere lo scudetto?»), figuriamoci a Ciro Immobile e a Luis Alberto. «A volte ho la sensazione di essere solo al mondo. Altre volte ne sono sicuro», farina (e whisky) del suo adorato Charles (Bukowski). Non è una lapide: è una scelta

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