Tra Milano-Cortina e Tonali-Gravina i soliti «bla-bla-bla» all’italiana
Tra Milano-Cortina e Tonali-Gravina sguazza e sgomita l’Italia della politica e del politichese.

Tra Milano-Cortina e Tonali-Gravina sguazza e sgomita l’Italia della politica e del politichese, degli «habla habla» che rinfrescano gli editti di Helenio Herrera senza scalfirne l’aura del Cagliostro che fu. Dirigenti serpenti. Danno titoli ai giornali, non soluzioni alle cause che perorano. «Il ribelle si placa non appena conquista il bagno», chiosava Leo Longanesi, italianista e italianologo fuori corso e concorso. Nel 1980, allo scoppio del Toto-nero, presidente della Figc (e dell’Uefa, addirittura) era Artemio Franchi. Si dimise dalla carica federale. Almeno questo.
Gravina non ci pensa. In passato si ritoccò lo stipendio come un’attrice si aggiusta le tette. Giovanni Malagò pilota il Coni dal 2013. Dieci anni. Sta brigando per un quarto mandato: i «ventenni» eccitano. Hai voglia di creare nuovi manager, di forgiare nuovi leader se la vecchia guardia e lo zoccolo duro, durissimo, evitano di porgere l’altra guancia e meno che mai un’altra poltrona. Franco Carraro si «ritirava» solo quando alla porta suonavano dopo le ventitré. La forza di Malagò è la faccia tosta. Da una parte, insorge e pretende che il Governo lasci in pace lo sport; dall’altra, sulla ormai famigerata pista di bob, slittino e skeleton dei Giochi 2026 non ha dubbi né pudori: «Decida il governo».
Un po’ come Gravina che, in materia di «betting», si sporge dal davanzale dei luoghi comuni metà giustizialista metà possibilista, suscitando l’ira tabagista di Zdenek Zeman, che avrebbe gradito una strage, da Nicolò Fagioli in su e in giù. A proposito di Malagò, vi rimando a un’analisi di Gianfranco Colasante, raffinato e pungente Flaiano dei nostri tempi (e dei nostri costumi), on line su «www.sportolimpico.it». Pane al pane: «Una candidatura [quella di Milano-Cortina] – della quale, a vent’anni da Torino 2006 su cui le procure ancora indagano, non si sentiva proprio bisogno – che porta la sola firma di Malagò.
Sempre a mal partito con la politica e in cerca di riscatto dopo lo smacco di Roma ’24, dove a schiaffeggiarlo fu prima la sinistra [Ignazio Marino] e poi i 5S [Virginia Raggi]. La sola traccia rimasta di quei giorni è del chirurgo italo-americano che in un suo libro [“Un marziano a Roma”] ha rievocato in termini gelidi quella proposta sottolineando il furore col quale l’accoppiata Malagò-Montezemolo intendeva portarla avanti. Una testimonianza preziosa sulla quale meditare, specie per un paese che non ama confrontarsi con il “dopo”». Il problema è indovinare cosa si agita sopra, poiché cosa c’è sotto lo sanno persino i maggiordomi (troppi): la solita libidine di potere, la secolare voluttà di essere sulla bocca di tutti, a costo di diventare parolai e non parolieri. Gravina si professa intimo di Aleksander Ceferin – che, in realtà, lo tratta da noiosa stampella – e commenta ogni tipo di sentenza, da Plusvalenzopoli a Scommessopoli.
Ha disgustato sia gli juventini sia gli anti, un’ambiguità che gli va riconosciuta. A patto di non spacciarla per una medaglia. Liberò Romelu Lukaku da una squalifica «razzista», grazia che gli valse il solenne encomio di mezza Italia. Si ciba di frasi fatte, promette riforme con la sicurezza che mai riuscirà a realizzare – la dieta della Serie A, una giustizia più giusta – dal momento che fin dai tempi del Gattopardo gli italiani non anelano che a cambiare tutto (nei salotti) per non cambiare nulla (nei fatti). «Io do un ordine o taccio», diceva Napoleone. Magari. Per Arthur Rimbaud, «meglio il silenzio che l’equivoco». Il guaio è che i taccuini hanno sempre più appetito, adesso che devono sfamare anche il Web, e, di conseguenza, ogni virgoletta si trasforma in forchetta. Resterebbe la credibilità. Buona, questa.
