L’esultanza di Bastoni: comprensibile alla PlayStation, non in uno stadio

La Frattaglia di Vincenzo Imperatore si sofferma su quell’urlo liberatorio di Bastoni per un’espulsione provocata, gesto che va oltre la simulazione e l’errore arbitrale e diventa il simbolo di un calcio che confonde l’astuzia con la grandezza, finendo per esibire, se confrontato con i comportamenti di questi giorni degli atleti olimpici, soltanto la propria immaturità

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Articolo di Vincenzo Imperatore15/02/2026

C’è un confine sottile tra la tensione agonistica e la miseria sportiva. Ieri Alessandro Bastoni lo ha attraversato senza nemmeno accorgersene. Non è la simulazione il cuore del problema. Nel calcio si cade, si accentua, si cerca il vantaggio. È successo ieri, succede da sempre, succederà domani. Il punto è l’esultanza. L’urlo, il pugno serrato, la faccia deformata mentre l’avversario prende la via degli spogliatoi.

Non hai segnato. Non hai salvato un gol sulla linea. Hai ottenuto un’espulsione.

In quel momento puoi fare mille cose: puoi abbassare lo sguardo, puoi girarti dall’altra parte, puoi persino fingere indifferenza. Puoi lasciare che l’arbitro si prenda la responsabilità del suo errore. Invece no. Si festeggia. Come se fosse un gol al novantesimo.

In Inghilterra non avrebbero convocato un tribunale morale. Le simulazioni non sono un’invenzione italiana. Ma l’ambiente ti avrebbe marchiato addosso il gesto. Telecronisti con il sopracciglio alzato per mesi. Ex calciatori che ti ricordano cos’è il “respect” con quell’ironia british che ti smonta pezzo per pezzo. Non per santità. Per cultura competitiva: puoi fare il furbo, ma se lo celebri diventi caricatura.

E qui sta la differenza. Non è più la vecchia storia dell’Italia furba, del mestiere, del cinismo elevato a tratto identitario. Ieri non c’era furbizia. La furbizia presuppone intelligenza, freddezza, calcolo. Ieri ho visto infantilismo competitivo. L’energia di chi sembra aver appena superato un livello alla PlayStation e non riesce a trattenere l’esultanza digitale.

Non cattiveria strategica. Non malizia raffinata. Immaturità. E questo pesa di più. Perché almeno il cinico sa cosa sta facendo. L’infantile no.

Il paradosso è che in questi giorni stiamo guardando atleti olimpici perdere senza teatralità, vincere senza umiliare, abbracciare l’avversario dopo quattro anni di sacrifici compressi in pochi secondi di gara. Il calcio non deve diventare un trattato di etica applicata. È conflitto, è nervo scoperto, è sangue caldo. Ma non dovrebbe nemmeno ridursi a esultare per un’espulsione provocata.

Quell’urlo non è scandalo. Non è tragedia nazionale. È qualcosa di molto più piccolo. Ed è proprio questo che infastidisce.

Perché quando il calcio smette di essere grande, non diventa cattivo. Diventa mediocre.

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