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“Rocchi and roll”: caro designatore, tocca a lei

arbitro

© “ARBITRO-VAR”– FOTO MOSCA

Se non ora, quando? Se Gianluca Rocchi non ha parlato dopo il caso Orsato di Juventus-Roma, quando mai lo farà? In termini ufficiali e a livello pubblico, come si fa con «il question time» in Parlamento: questo intendo. Per spiegare la consecutio dell’aggrovigliato episodio e farci sapere chi aveva ragione e perché, ammesso che ci fosse una ragione da spartire. Rocchi è il designatore che ha sostituito Nicola Rizzoli, colui che aprì il calcio ai «mani-comi».

E dopo Daniele Orsato, la tratta dei «rigorini». Ultimo, la pedata di Denzel Dumfries ad Alex Sandro in Inter-Juventus di domenica sera. Con lo strascico del Var: per il «Corriere dello Sport-Stadio», bene ha fatto il garantista Maurizio Mariani a seguire le dritte del giustizialista Marco Guida; per la «Gazzetta dello Sport», non proprio. O comunque, evviva il dubbio.

Rocchi, tocca a lei. Lei che, in una recente uscita, si scagliò proprio contro i «rigorini», flagellandoli. Lei che giudicò scelta «soggettiva» il giallo di Luca Pairetto a Samir Handanovic in Sassuolo-Inter. Salvo poi, nelle segrete stanze, virare drasticamente per il rosso.

Ci racconti, ci illumini. Il protocollo del Var, come e quando. La lettura dei contatti. Che poi in un Paese normale, tornando al caso di Juventus-Roma, si sarebbe parlato «anche» dell’errore di Jordan Veretout, questa è un’altra storia. Non ci appartiene.

Inoltre: più che intervistare gli arbitri, sarebbe opportuno rendere accessibili i colloqui «varisti» a fine partita. Sempre. Là dove è successo qualcosa che si presti alla malizia dei tribunali sommari. Quale farmaco più efficace di svelare l’arcano, per curare passioni e tensioni, dispetti e sospetti? E se in un turno di campionato vengono espulsi quattro allenatori – Gian Piero Gasperini a Bergamo; José Mourinho e Luciano Spalletti all’Olimpico; Simone Inzaghi a San Siro – s’impone una revisione dei rapporti istituzionali fra tecnico e quarto uomo. Difficile, al netto degli eccessi vocali o territoriali colti, non considerarlo spia al soldo di sua (lesa) maestà.

Fedele alla massima di François de La Rochefoucauld, ripresa da Fabrizio De André, secondo la quale «i vecchi cominciano a dare buoni consigli per consolarsi di non poter più dare cattivi esempi», ne butto giù un altro paio, al largo, molto al largo, del pasticcio Orsato e della ronda notturna del Meazza.

Per guadagnare tempo, visto che nel calcio non esiste il cronometro «effettivo», ammonire prima che si cominci, dal pulpito del famigerato sottopasso dei «vantaggi» fuggenti, che nelle mischie non saranno tollerati abbracci da kamasutra. Per cui: se si consuma il «peccato», o fallo dell’attaccante o rigore. Ripeto: farlo «prima», e non durante, onde evitare zavorre fastidiose, sermoni infantili. Lo stesso dicasi per i fervorini ai portieri sui rigori: un piede sempre sulla linea, please. Pure questo, raccomandarlo negli spogliatoi. Siamo, più o meno, la Nba del football, e la regola proprio nuova non è. Suvvia. Si rinfreschi la memoria nell’attimo in cui le squadre si raggruppano, e stop. Non sto parlando di guadagni epocali, ma di piccoli risparmi temporali che, messi insieme, potrebbero snellire l’obesità delle procedure.

Altro dettaglio. Con lo spray – che, sia chiaro, aiuta a piazzare «meglio» le barriere, non certo a sveltire il traffico – sono scomparse le punizioni «a sorpresa» che hanno accompagnato la giovinezza del nostro tifo. Quelle battute di soppiatto, con il direttore di gara non meno sorpreso degli avversari, un tocco e alé, chi s’è visto s’è visto. Oggi, ogni piazzato dal limite è diventato una messa. L’officiante celebra con la bomboletta al posto del turibolo e conta i passi, i fedeli li leggono e li rispettano, i chierichetti-assistenti sbirciano il coro, e guai a chi osa spostare rapido il pallone: lo aspetta una lavata da Sant’Uffizio.

«Rocchi and roll»: signor designatore, non sia vigliacco. Ci dica.

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