Figli e figliastri

Djokovic

L’altra sera, nel piacevole prologo a “Un posto al sole“, Geppi Cucciari per “Che succede?” ha dialogato via Skipe con un giovane emigrato, fuggito dal suo invivibile Paese. Dopo la permanenza coatta su un’isola priva di ogni comfort, in “clausura”, cioè in prigionia, gli è stata comminata una sorta di arresti domiciliari, da nove anni (sì, nove) “ospite” con un’altra trentina di migranti di un disattrezzato albergo di Melbourne. Nella stessa struttura è stato recluso Novak Djokovic, che ha raggiunto la città australiana, sede di uno dei più importanti tornei del mondo di tennis. Dall’aeroporto, l’atleta, come hanno raccontato tutti i media, è stato rinchiuso nell’hotel suddetto, con l’accusa di non rispettare le norme di sicurezza. Djokovic è noto per essere un No Vax e afferma di essersi ammalato di Covid, di conseguenza di essersi immunizzato. Vero o falso? Difficile confermare o smentire, dal momento che la Serbia, il suo Paese, lo “copre”. Deciso a tentare di vincere per la decima volta gli “Open d’Australia“, il tennista ha presentato ricorso contro la decisione di respingerlo e il tribunale gli ha dato ragione. La sentenza ha sollecitato opinioni, giudizi, commenti, quasi interamente di condanna della “prepotenza” di Djokovic, ma l’ultima parola spetta al governo australiano, mentre lui, in libera uscita, recupera la forma fisica allenandosi con intensità.

Non risulta che qualcuno, aggiungendo la propria voce al coro di valutazioni sul sì o no alla partecipazione del serbo al torneo, abbia sottoposto a valutazione i casi paralleli del tennista e del giovane immigrato, “detenuto” da nove anni nell’albergo di Melbourne. Per il governo australiano l’uno e l’altro si sono introdotti nel Paese illegalmente. Con una forzatura dialettica si può dire che entrambi sono entrati per “motivi di lavoro“, uno per mettere in cassa l’ingaggio da numero uno del mondo e annessi, l’altro per un lavoro lontano dalla sua terra senza futuro. Ipotesi: il governo ha la meglio sulla decisione del tribunale, Djokovic se ne fa una ragione ed escluso dal torneo torna a casa. Se invece la spuntasse si trasferirebbe in un hotel di lusso e parteciperebbe all’open. In ognuno di questi esiti la differenza sostanziale con il giovane detenuto è che quest’ultimo rimane “in carcere” e chissà ancora per quanti anni. Ovvero l’importanza di chiamarsi “Nole” e di essere al centro dell’affare tennis che muove miliardi di dollari.

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