Ottant’anni di voti: dalla pagella alla brace

Nell’ “Angolo del Beck”, Roberto Beccantini racconta la nascita delle pagelle nel calcio: da un giornaletto milanese del ’45 ai voti che, da ottant’anni, infiammano tifosi e giocatori. Dalla pagella alla brace

Articolo di Roberto Beccantini26/10/2025

Dare i voti. Prenderli. Le scuole sono in rivolta, ai genitori non piacciono. Troppo selettivi, troppo ansiogeni. A infliggerli, ormai, non siamo rimasti che noi scribi. Nel calcio, soprattutto: la disciplina che, più delle altre, si presta ai rintocchi dei campanili e alla vaselina delle edicole.
La nascita risale a martedì 23 ottobre 1945, in un’Italia ancora calda di guerra. I «genitori» sono due giornalisti di Milano, amici fin dai tempi del liceo, Luigi Scarambone e Aldo Missaglia. La clinica si chiama «Milaninter», giornale-grissino di due pagine (e di fresco conio). C’era bisogno di una scossa, urgeva un fiammifero che incendiasse la curiosità dei lettori. «Con i voti dati ai soli giocatori delle due squadre milanesi, espressi in trentesimi, come all’università, proprio per dare l’idea che si trattava di una questione seria, anche se applicata a un semplice gioco», ha ricordato Fabio Monti sulla «Gazzetta di Parma».
Avanti popolo. «Milaninter» cresce e resiste per tutti gli anni Sessanta, gli anni di Milan e Inter «staccati», il Mondo, l’Europa e il Paese ai loro piedi. Il «modo» diventa moda e Gianni Brera, il massimo dei (pesi) massimi, trasforma voti e pagelle in una sorta di giudizio cultural-universale sulle colonne del rivoluzionario «Il Giorno». Si va dall’1 al 10, e valgono pure i «mezzi», i «meno» e i «più». Compresi i «sei di stima». Un trionfo. La gente s’infervora, i protagonisti fingono sbadigli di noia, ma sono le prime righe che divorano: e le prime per le quali, se negative, smoccolano.
Da redazione a redazione si espande la voto-mania. Ma di Brera ce n’è uno. Detesta i cori. Adora vivere da cane sciolto. Che battaglie, con Gino Palumbo. Il grande padano, rettore dell’Ateneo italianista; il didascalico campano, bussola dell’Alma Mater offensivista. L’epica Italia-Germania 4-3 del 17 giugno 1970 fa capire l’aria che tira(va). A Gianni Rivera, autore del gol decisivo nei supplementari, Brera affibbia il seguente giudizio: «Come sarebbe bello se potessimo farne giocare dodici. Lui ci vuole, certe cose le fa meglio di tutti: ma quanto può costare a volte impiegarlo. Merita 6 meno». Da parte sua, «Gipa» lo gratifica di un rotondo 7.
La «Gazzetta dello Sport» li introdurrà dal 1972. E nel 1994, «il Giornale» di Vittorio Feltri, su dritta del direttore, attraversa il Rubicone delle convenzioni: più spazio alle pagelle, meno alle cronache. Campioni e gregari le marcano «a uomo». Michel Platini aveva un debole per «la Repubblica» che, non uscendo il lunedì, si asteneva. Beppe Furino «abbassava» gli 8 che Vladimiro Caminiti gli dedicava in onore di un’ammirazione e un’amicizia «ditirambiche». Careca minacciò l’inviato che gli aveva dato del «coniglio imbelle».
Si è arrivati a coinvolgere gli arbitri, a spulciare i guardalinee, a indagare persino gli sceriffi del Var. «Quelli che il Fantacalcio» ci campano e non esitano a intortare gli estensori. Ottant’anni di lotta continua. Con la fretta delle notti tiranne a sabotare gli «scrutini». Dalla pagella alla brace.

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