Gli aumenti di capitale in una società calcistica: rischiereste i vostri risparmi per il titolo Juve o per una azione del Napoli?

Gli aumenti di capitale in una società calcistica: rischiereste i vostri risparmi per il titolo Juve o per una azione del Napoli?

© “DE LAURENTIIS” – FOTO MOSCA

Provate ad immaginare, voi che attraverso questa rubrica fate settimanalmente i ”presidenti per un giorno”, il momento in cui il manager della vostra azienda-calcio vi comunica che il bilancio presenta delle perdite tali che occorre mettere mano alla tasca privata per ripianarle oppure che, pur in presenza di un bilancio che presenti un utile, occorre fare degli investimenti che necessitano di ulteriori risorse rispetto a quelle a disposizione della società da attingere dalle disponibilità personali.

Non è un bel sentire! Non vi farà piacere pensare che dovete rischiare qualcosa di personale per sistemare delle inefficienze societarie. Si fa presto a dire “Pappo’ cacce ‘e sord”.

L’operazione, di carattere straordinario nella vita di una società, che permette di sistemare queste situazioni prende il nome di aumento (a pagamento) del capitale sociale, l’asset formato dai “conferimenti” (denaro, beni, crediti e prestazioni) dei soci e che rappresenta la prima garanzia di solvibilità per i creditori.

Senza voler entrare in analisi troppo tecniche, possiamo dire che l’aumento di capitale “a pagamento” è un incremento del capitale sociale attraverso l’emissione di nuove azioni o con l’aumento del valore nominale dei titoli in circolazione disposto per trovare la liquidità necessaria per effettuare un investimento oppure per ripianare perdite pregresse. In tal modo, le aziende possono autofinanziarsi, senza ricorrere a finanziamenti presso le banche o ad altri strumenti di indebitamento.

I soldi all’interno della società possono essere messi sia da quelli che già sono azionisti e che hanno un diritto di precedenza (diritto di opzione) ma, in caso di diritto di opzione non esercitato, anche da nuovi investitori che potrebbero pure ottenere, in tal modo, la maggioranza ed assumere il controllo della gestione societaria.

Dobbiamo, a questo punto, fare però una distinzione tra gli aumenti di capitale di società quotate in borsa (come Juventus e Roma) e quelli di società che non sono quotate sui mercati ufficiali (come il Napoli).

Perché nel primo caso, al fine di fornire maggiori garanzie alle società, interviene un soggetto o una serie di soggetti che assicurano il buon fine della operazione.

Prendiamo il caso dell’aumento di capitale della Juventus per 400 milioni di euro che parte oggi e si concluderà il 16 dicembre prossimo. 

Quattrocento milioni sono la benzina necessaria per coprire le perdite presenti nel bilancio della società bianconera! E pensare che solo due anni fa la Juventus aveva già fatto un altro pieno in un serbatoio che sembra bucato.

Il socio di maggioranza Exor Nv, presieduta da John Elkann, in pratica la famiglia Agnelli si è già impegnata a sottoscrivere la sua quota, circa il 63,8% del totale, pari a 255 milioni al fine di non perdere il governo della azienda. Gli altri 155 milioni di euro saranno offerti al mercato degli investitori (privati, imprese, fondi immobiliari) e, nel caso in cui nessuno abbia interesse a rischiare i propri risparmi, interverranno quattro banche (Goldman Sachs International, Jp Morgan Ag, Mediobanca e UniCredit Corporate & Investment Banking) che si sono impegnate a sottoscrivere, disgiuntamente tra loro e senza vincolo di solidarietà, le nuove azioni eventualmente rimaste inoptate.

Ora vi chiedo: voi rischiereste i vostri risparmi per sottoscrivere un aumento di capitale di una società che sta fornendo uno spettacolo sportivo non intonato alle aspettative di fatturato, è indagata per “operazioni sospette” (plusvalenze e altro) e presenta un bilancio in perdita per inefficienti decisioni gestionali relative agli investimenti degli ultimi anni?

Spesso mi viene rivolta la domanda: “Dottore, mi consiglia di investire in un club professionistico di calcio?” La risposta è stata sempre la stessa: “Stia lontano!”.

Ho sempre pensato che la finanza applicata al calcio generasse una sorta di “mostro”: quando si investono i propri soldi in attività imprenditoriali è sempre necessario comprendere i rischi, ponderarli, valutare il rapporto costi/benefici. Ma soprattutto è importante, in questo ambito, semplificare e ridurre ai minimi termini il quadro decisionale, togliendo più variabili possibile, riducendo i margini di incertezza.

E l’incertezza è assolutamente collegata con il business del calcio (e di qualsiasi sport), troppo basato su variabili non sotto controllo. Un giocatore fuori forma, gli infortuni, una serie di episodi poco fortunati, una “piazza” sportiva ostile, sviste arbitrali, una attenzione mediatica spesso ossessiva, tutti elementi che possono incidere pesantemente sul proprio investimento e che non sono misurabili in termini di impatto sul rischio.

La conferma ce la fornisce il grafico che dimostra l’andamento del valore del titolo Juve negli ultimi cinque anni: chi ha acquistato una azione Juve a 0,2 € nel 2016 oggi ha tra le mani un valore di circa 0,4 €. Un rendimento negativo (al netto dell’inflazione) in un periodo di tempo (5 anni) ritenuto teoricamente ottimale per un investimento non speculativo.

Ma, in questo caso (aumento di capitale di società quotate in Borsa), possiamo dire che il rischio è limitato (eufemismo) alla consapevolezza del cittadino o dell’imprenditore che vuole investire.

Il pericolo più grande si annida, però, negli aumenti di capitale disposti da quelle società che non sono quotate sui mercati ufficiali (ad esempio il Napoli).

Perché quando poi il privato cittadino e/o imprenditore (ad esempio Aurelio De Laurentiis) ha intenzione (o l’obbligo) di vendere quelle azioni in una contrattazione solo di natura privatistica, può ritrovarsi senza acquirenti!

Proprio così! Infatti se l’azionista di Juventus o Roma, sebbene con grosse perdite, può comunque vendere i titoli azionari in suo possesso perché quelle azioni sono quotate sui mercati ufficiali (e quindi un compratore, anche se speculatore, lo si trova sempre), un azionista invece di una società calcistica non quotata deve aggiungere al danno la beffa!

Ed il Napoli, questo Napoli, il Napoli dell’unico azionista (famiglia De Laurentiis), non ha mai richiesto un euro a nessuno. Andare in default per vincere è molto facile. In un calcio disastrato finanziariamente il Napoli rappresenta un’anomalia.

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