La differenza tra Mazzarri e Calzona è Osimhen, per ora
Il Napoli di Calzona è ancora aggrappato agli ottavi di Champions e - per come ci si arrivava e per come si era messa - è un mezzo miracolo.
Foto MoscaIl Napoli è ancora aggrappato agli ottavi di Champions e – per come ci si arrivava e per come si era messa – è un mezzo miracolo. Diciamocelo subito, serve grande onestà intellettuale ed equilibrio per sospendere il giudizio intorno ai meriti di Calzona sul risultato.
Ha avuto giusto il tempo di veicolare alla squadra tre/quattro principi fondamentali della sua ideologia di gioco e di stimolare input mentali oramai assopiti. Di più non poteva, né lui, né forse il Napoli. Ne è venuta fuori una gara che trova la sua definizione tra l’intelligente e l’obbligato.
Che esonerare Mazzarri sia stata la scelta giusta è indubbio, che la cura Calzona attecchirà è in dubbio (ai posteri). Il primo tempo azzurro è stato più frutto di strategia o sofferenza pura? Di certo horror, da psicodramma. Quello che “non è più il Barcellona di una volta” ha chiuso il Napoli nella propria metà campo senza concedergli nemmeno un minuto d’aria. Un’intensità di gioco che da queste parti fa subito la “madeleine” partenopea: Spalletti. La sindrome di Proust ha raggiunto lo stato acuto nell’osservare il velocissimo possesso palla blaugrana, l’occupazione degli spazi, la raffinatezza tecnica, il pressing mefistofelico.
Non ci fosse stato Meret, sì Meret, staremmo raccontando ben altro. Ma la Champions è la Champions, come a ben detto Xavi in mixed zone. O cacci o sarai cacciato. Gli spagnoli non hanno avuto la forza di ammazzare la partita – ecco in cosa sono diversi rispetto al passato – e se la sono ritrovati ancora in vita per ben tre settimane, quando nulla o tutto potrebbe cambiare.
Dicevamo, il Napoli è partito in totale balia degli avversari. Le incursioni di Gundogan tagliavano come un grissino il centrocampo Rio Mare partenopeo, De Jong in versione Riccardo Muti orchestrava le sortite offensive, Cancelo affondava che era un piacere. Per fortuna Yamal, il giovane Yamal, mostrava tutti i suoi sedici anni mandando alle ortiche almeno due occasioni nitidissime. Le altre due le ha neutralizzate Meret. La prima alla Garella, coi piedi ha evitato che Lewandoski trasformasse in rete una dormita di Juan Jesus. La seconda col guantone su un missile da fuori area lanciato dal piede di Gundogan.
Si è arrivati all’intervallo sullo 0-0. Ma lo zero del Napoli era più zero di quella blaugrana. 0 tiri, 0 tiri dentro l’area, 0 tiri nello specchio, 0 Expected Goal, 0 legni. Per la prima volta nella storia (in 59 incontri) gli azzurri non hanno effettuato un tiro nel primo tempo di una partita di Champions League.
Un segno di vita è arrivato nella ripresa. Il Barcellona ha ripreso lì dove si era fermato, e il gol l’ha trovato al sessantesimo. Pedri in verticale e in tunnel su Anguissa ha servito Lewandoski, perso da Di Lorenzo. Il polacco ha fatto il gran centravanti qual’è: stop, tocco e tiro rasoterra. Manuale del 9. Poi i blaugrana sono andati vicino a chiuderla, Pedri di controbalzo da fuori, ha risposto Meret a pugni chiuso, come poteva.
Le scelte di Calzona
Conseguentemente ai cambi di Calzona, è arrivato il calo del Barça. Osimhen non ci stava a perdere la sfida a distanza con Lewa, e aveva qualcosa da farsi perdonare. Di corpo, di mestiere, d’astuzia, si è liberato di Martinez, ha ricevuto in precarie condizioni di stabilità, ma ha mantenuto la freddezza di spiazzare Ter Stegen: tedesco da una parte, palla dall’altra.
Al minuto 75’ il Napoli ci ha creduto, Victor ha acceso una luce sulla passata stagione. È stato un quarto d’ora sky blue light. Ma più che un colpo di testa su calcio d’angolo di Anguissa finito alto, non ha portato a nulla di concreto. D’astratto forse quella fiducia che si può essere diversi, più fiduciosi, più aggressivi, più come un tempo.
È quello su cui Calzona lavorerà, il ritorno al passato tattico, spirituale e psichico. Il tempo per farlo gliel’ha dato Osimhen che ha pagato la sua cambiale.
Una parolina su Kvara, sostituito intorno al 70esimo. Ha sbagliato tutto quello che poteva. Kounde l’ha letto quasi sempre, sia d’anticipo che nell’uno contro uno. Si è visto poco nel primo tempo, per nulla nel secondo. È uscito dal campo nervoso come se avesse subito un’ingiustizia nel lasciarlo per Lindstrom. Calzona avrebbe dovuto tenerlo in campo nella speranza che arrivasse l’epifania da un suo guizzo, così come tante volte hanno fatto i suoi predecessori. Perché non riporre un briciolo di quella speranza in un danese che un po’ se la merita?
Kvicha cresca per sé e per la squadra.
