La vita in Egitto e il riberbero di una tragedia

Torna la rubrica di Mario Sacconi dedicata al calcio africano. In questa nuova puntata focus sull'Egitto.

EgittoFoto di Simon Berger
Articolo di Mario Sacconi07/03/2026

Il 2 febbraio 2012, in Egitto, è un mercoledì sera. È un mercoledì sera di calcio, che arriva a pochi giorni di distanza dal primo anniversario della rivoluzione egiziana.

Nel gennaio 2011, infatti, cinquantamila persone avevano occupato piazza Tahrir per protestare, chiedendo le dimissioni di Hosni Mubarak e scrivendo una pagina importante della primavera araba. Terreno di rivoluzione come di scontri (particolarmente violenti proprio quelli del 2 febbraio, quando alcuni sostenitori del presidente arrivarono in sella a cavalli dando vita a una guerriglia urbana), nella stessa piazza era diretto Giulio Regeni poche ore prima della sua scomparsa.

Negli anni successivi al suo caso, la trasparenza e la collaborazione auspicate non sono arrivate. E non mancano altri esempi di arresti che hanno richiesto ingenti impegni per ottenere la liberazione, dal bolognese d’adozione Patrick Zaki all’attivista Alaa Abdel Fattah, liberato solo lo scorso settembre dopo una battaglia portata avanti strenuamente dalla madre. In generale, sono migliaia le sparizioni e le detenzioni sospette da parte degli uomini di al-Sisi, il comandante in capo delle Forze Armate che conquistò il potere tredici anni fa.

Nel 2020 –a pochi mesi di distanza, peraltro, dall’organizzazione della Coppa d’Africa– il regime militare rispose più di una volta con la violenza, uccidendo un uomo nella capitale e un altro a Luxor. In precedenza, si era reso protagonista di operazioni di arresto su larga scala, spesso ingiustificate, con tanto di maltrattamenti e scariche elettriche. Erano stati coinvolti anche minorenni e schedate migliaia di cittadini, interrogate e accusate di “uso improprio dei social”, “diffusione di notizie false”, “partecipazione a raduni illegali”.

Ancor prima, si era occupato dei 𝑑𝑒𝑠𝑎𝑝𝑎𝑟𝑒𝑐𝑖𝑑𝑜𝑠 delle carceri locali il 𝑁𝑒𝑤 𝑌𝑜𝑟𝑘 𝑇𝑖𝑚𝑒𝑠: soltanto fra agosto e novembre 2015, la Commissione egiziana per i diritti e le libertà aveva documentato 340 casi. Nel corso del tempo, le misure repressive non sono calate. Anzi, i bersagli sono diventati più variegati: gli influencers, condannati per la violazione di “valori morali tradizionali”; gli abitanti del Sinai; i registi come Shady Habash, colpevole di aver registrato un video in cui prendeva in giro il presidente e morto dietro le sbarre; i rifugiati della guerra civile sudanese. L’anno solare 2023 ha visto l’incarcerazione di 2.405 critici o oppositori: alcuni dei penitenziari contemplano condizioni disumane, senza la possibilità di trascorrere l’ora d’aria e di svolgere attività fisica. Uno dei più famosi e importanti in termini di rilevanza dei reclusi, appartenenti sovente ai Fratelli Musulmani, è quello di Scorpion. Un suo ex direttore, Ibrahim Abd al-Ghaffar, affermava che “𝑒̀ 𝑠𝑡𝑎𝑡𝑎 𝑝𝑟𝑜𝑔𝑒𝑡𝑡𝑎𝑡𝑎 𝑖𝑛 𝑚𝑜𝑑𝑜 𝑐ℎ𝑒 𝑐ℎ𝑖 𝑣𝑖 𝑒𝑛𝑡𝑟𝑎 𝑛𝑜𝑛 𝑛𝑒 𝑒𝑠𝑐𝑎, 𝑎 𝑚𝑒𝑛𝑜 𝑐ℎ𝑒 𝑛𝑜𝑛 𝑠𝑖𝑎 𝑚𝑜𝑟𝑡𝑜”. Le celle, di due metri per tre, ospitano un paio di detenuti, non dispongono di sistemi di ventilazione e di illuminazione e si aprono su corridoi interni.

Per quanto riguarda i rapporti che l’Italia intrattiene con l’Egitto, l’attuale governo lo ha inserito nella lista dei “paesi d’origine sicuri” per i migranti. Dal 2014, inoltre, ENI è coinvolta inoltre nello sfruttamento del bacino di Zohr –duecento chilometri a nord di Port Said– e il nostro paese ha aumentato l’esportazione di armi verso Il Cairo.

Ma il nostro racconto era partito da un turno infrasettimanale, quello fra Al-Masry e Al-Ahly

La prima ora di gioco è scivolata via senza particolari sussulti, se non quello prettamente sportivo corrispondente al vantaggio dei 𝐷𝑖𝑎𝑣𝑜𝑙𝑖 𝑅𝑜𝑠𝑠𝑖, quando al momento del pareggio decine di sostenitori del club di casa entrano in campo indisturbati per festeggiare. Scena che si ripete anche al raddoppio e al definitivo 3-1. Nell’apoteosi sono aggrediti alcuni giocatori avversari e il cordone di forze dell’ordine si disperde. A questo punto, una sola telecamera non basta più: ne servirebbe una a puntare sugli spalti, una sul campo, una negli spogliatoi. All’interno del Port Said Stadium –che dopo quest’episodio non verrà più utilizzato, fino alla demolizione completata nel 2022– il gruppo ultras 𝐺𝑟𝑒𝑒𝑛 𝐸𝑎𝑔𝑙𝑒𝑠 ha via libera per compiere un massacro premeditato, come dimostrerebbero i messaggi ricevuti dai cairoti, sul tono di “La vostra morte è qui”, oltre a una canzone per l’indipendenza dal Regno Unito rivisitata in chiave anti-rossi e caricata su YouTube alla vigilia.

A colpi di machete, mazze, coltelli, decine di alahwy subiscono un vero e proprio massacro. Alcuni rimangono intrappolati nell’ala dell’impianto a loro riservata, altri perdono la vita nel tragitto verso l’ospedale, perché le ambulanze vengono ostacolate, altri ancora nel tunnel che portava agli spogliatoi. Qui l’allenatore portoghese Manuel José, preso a calci e pugni, e il trequartista Mohamed Aboutrika diranno di aver visto persone morire senza la minima reazione da parte della polizia.

Karim Zekri, allora capitano dell’Al-Masry, e suo fratello affermeranno in un’intervista che le misure preventive ai cancelli erano stati praticamente inesistenti: nessuna perquisizione, nessun controllo dei biglietti.

Il conto delle vittime sale fino a settantaquattro. 74 sarà anche il numero di maglia scelto alla Fiorentina da Mohamed Salah, in ricordo di quella notte di furia cieca e sangue.

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