In memoria di Franco Esposito: se il cuore è analfabeta, la sua penna era un’enciclopedia
Ne “L’angolo del Beck”, Roberto Beccantini rende omaggio a Franco “Ciccio” Esposito, maestro di cronaca e di stile: un reporter che inseguiva i fatti con umiltà e fantasia, lasciando al giornalismo sportivo una lezione di chiarezza, rigore e cuore.
Screenshot «Un bravo reporter deve conoscere solo una linea: quella ferroviaria», ammoniva Enzo Biagi. Franco «Ciccio» Esposito è stato bravo proprio per questo. Tra un treno e un aereo privilegiava il ruolo di testimone al rango di protagonista o complice. Diventandolo, protagonista, in forza della scrittura e della competenza. Giammai per eccesso di cipria o salamelecchi.
Adesso che i telefonini saranno «ciechi» per sempre, come si dilettava a definirli di fronte ai silenzi delle prede, noi da quaggiù, vergini di
servo encomio e di codardo oltraggio (forse), continueremo a leggerlo, a sorridergli. Aveva 85 anni, ci ha mollato in mezzo a un Trump chiamato Putiferio. Firma storica de «Il Mattino» e del «Corriere dello Sport-Stadio», un sacco di premi (tra i quali la «Penna d’oro», il
«Tosatti» e, nel 2023, il «Dardanello» alla carriera) e una pila di libri, da «L’insuperabile è imperfetto» a «Spuntavano scudetti a
Marechiaro».
Apparteneva alla scuola napoletana, la scuola che sforna e adotta, nello sport come nella vita, i «dieci» della fantasia. Napoli, città
amante per molti di noi nordisti, ma per Franco palestra generosa e mai cattedra spocchiosa. Calcio, pallanuoto, pugilato, le porte aperte ai
disabili: era un «dieci» che rincorreva i fatti con l’ardore del mediano, per poi descriverli con l’estro dell’eclettico e l’umiltà del gregario. Ci ha insegnato come si entra dentro la notizia senza atteggiarsi a inventori (se mai, con le caravelle degli esploratori).
Le pagine su Diego Armando Maradona, i rigori non più lotteria, con tanto di prefazione di Gianni Mura, gli scudetti della sua Napoli
passionaria e, a scrosci, milionaria. Le Olimpiadi. I Mondiali di calcio. Il mercato del pallone, tra bustarelle volanti fuori tempo massimo (perché, appunto, venisse cancellato il «fuori») al romanzo del Gallia, l’albergo-simbolo di un mondo che voleva (s)cambiare il «suo»
mondo.
Se i labirinti e gli ingorghi delle tattiche lo annoiavano, le avventure on the road ne accendevano e propagavano il fuoco, famelico
com’era di addentare l’anima degli agonisti e non già le loro protesi posticce e ambigue, troppo e troppe alla portata di troppi. Mi soccorre
Patrizio Oliva, ribattezzato «Lo sparviero».
Per Renato Guttuso, «Il vero artista non scopre mai nulla: toglie semplicemente il velo che copre le cose». Punto e basta. Punto e a capo.
In morte «di» si tende ad abbondare in superlativi; se poi è un collega-amico, figuriamoci; per tacere se è un collega, un amico e un
maestro. Si era rintanato a Grosseto, nella Maremma narrata da Luciano Bianciardi, quello della vita agra e del fuorigioco «antipatico». Lo
stile di «Ciccio» – chiaro, secco – mi ricorda(va) il rullo di un allegro tamburo, capace di attirare la curiosità senza profanare la
natura (della persona, del personaggio) o deturparne l’indotto.
Avevi ragione, Franco: «Il cuore è analfabeta», come recita uno dei tuoi titoli, scovato nel repertorio del sommo Eduardo. Sa solo parlare.
Tu ne afferravi i battiti. E li distribuivi. Grazie.
