Giorgio Bocca: la Juve, quella sfida con Fenoglio e la passione per Diego e Baggio
In questa Maradoneide, Darwin Pastorin rievoca Giorgio Bocca, partigiano della parola e juventino per passione, tra sfide con Fenoglio e amori calcistici che portano a Sivori, Maradona e Baggio. Un ritratto di rigore e libertà, dove il calcio diventa chiave per leggere un uomo e il suo sguardo sul mondo.

Per diverso tempo, quando ero inviato speciale di Tuttosport, oltre ad andare in giro per il mondo a raccontare coppe e mondiali, campioni e carneadi, narravo, settimanalmente, in un rubrica dedicata a “Calcio e Letteratura”, il rapporto tra scrittori e giornalisti di fama con il pallone. Ricordo, con piacere, una mia intervista al grande Giorgio Bocca: cronista di qualità, saggista, partigiano e tifoso della Juventus. Scomparso nel 2011, ho recuperato una lunga chiacchierata, del 1995, con l’Anti-italiano sulla sua passione per Madama, e non solo. Una fede nata da giovane: “A Cuneo, negli Anni Venti, c’erano due squadre importanti: L’Alta Italiana, che aveva i colori bianconeri come la Juve, e la Cuneo Sportiva, che invece vestiva in granata come il Toro.
La Vecchia Signora, già a quei tempi, rappresentava la borghesia e io, montanaro, affascinato da quel mondo per me misterioso, diventai un appassionato dei colori bianconeri. E anche L’Alta Italiana raccoglieva le passioni borghesi e aristocratiche: nel 1920, o giù di lì, questa formazione segnò un’epopea calcistica cuneese, arrivando, se non sbaglio, ai quarti di finale della Coppa Italia. Giocavo da mezz’ala, nella Cuneo Sportiva: possedevo grinta e una buona tecnica, correvo molto. Le mie qualità mi diedero la possibilità di effettuare un provino per la mia squadra del cuore, davanti a Carlo Parola. Mi proposero di entrare nelle giovanili. Ringraziai, ma rifiutai l’offerta: preferivo di gran lunga sciare. Mai avrei abbandonato le mie montagne”. Su quei campi di polvere, speranze e sogni, Bocca sfidò Beppe Fenoglio. Ad Alba. Dopo una travolgente azione in dribbling, e una conclusione a sfiorare il palo, Giorgio sentì, alla sue spalle, il complimento di un avversario, “sei stato bravo!”: era il futuro autore de “Il partigiano Johnny”, un altro juventino, che aveva una predilezione per il possente centravanti gallese John Charles.
Bocca, invece, preferiva il compagno di reparto di quell’attaccante tutto muscoli, colpi di testa e acciaio, beniamino anche di Pietro Anastasi, l’argentino rebelde, maglia numero dieci, e tunnel e finte e giocate impossibili: Omar Sivori. Nel 1962, il già popolare cronista intervistò il fuoriclasse: “Io lo osservo per la prima volta da vicino. Il corpo non è armonico anche se rivela, al primo moto, il segreto equilibrio delle forze. I capelli sono neri, folti e spettinati; il naso leonino, la guancia sinistra segnata da una cicatrice, la bocca sembra già guasta, per le labbra sottili e i denti radi. Direi, senza esitare, che ha una faccia da riformatorio se non ci fossero quei suoi occhi buoni e ironici. E allora dico una faccia da picaro simpatico e spavaldo”. Poi arrivò, per il giornalista partigiano, la stima per Michel Platini e, soprattutto, per Roberto Baggio: “È come Maradona: da solo vale il prezzo del biglietto”. Ma la “sua” Juve resterà una sola “quella epica di Combi, Rosetta, Caligaris… Ero un ragazzino, per me quei giocatori rappresentavano gli idoli da emulare. Riempivano la mia fantasia, erano il sogno e l’avventura. Come le serpentine di Sivori: così magiche, così imprendibili”. Manca (tanto, troppo) Giorgio Bocca.
La sua sincerità, spesso ruvida. Il suo saper cogliere la nostra società, senza reticenze o finzioni. Il suo sguardo severo sulla politica e sulle nostre miserie. Mi consolano i suoi libri, che mi mandava sempre accompagnati da un bigliettino scritto a mano: dediche che conserverò per sempre. Servirebbero, soprattutto oggi, la sua indignazione, la sua etica e il suo sguardo fiero. Non mi stancherò mai di leggerlo e rileggerlo. Ed è una lettura che consiglio ai giornalisti ai primi passi nel mestiere più bello dell’universo.
