Giovanni Arpino fu un tifoso di Sivori nel crepuscolo napoletano
In questa Maradoneide, Darwin Pastorin rende omaggio a Giovanni Arpino, il maestro che ha strappato lo sport alla cronaca per consegnarlo alla letteratura. Tra Sivori, polemiche alte e pagine decisive, riaffiora il ritratto di chi ha insegnato a raccontare il pallone con stile, libertà e dignità narrativa.

“La vita o è stile o è errore”. La mia “Maradoneide” è dedicata al mio maestro di letteratura Giovanni Arpino: ammirò, purtroppo per poco tempo, il Dieguito napoletano (che, come sapete, sentì per la prima volta parlare del fuoriclasse di Villa Fiorita, a quel tempo diciottenne, da Osvaldo Soriano), ma fu un sostenitore del primo Pibe azzurro: Omar Sivori. Non solo nelle stagioni d’oro alla Juventus, un rebelde senza pietà per gli avversari, un assoluto e assurdo genio, ma, soprattutto, nel suo crepuscolo al Napoli, dove era diventato più “innocente”: “Corretto, paziente, elegante, malgrado gli eterni calzettoni fisarmonica sulle caviglie e i calzoncini che sembrano di una misura in più: il miglior operaio di palla apparso su un campo di gioco”.
Mio caro Arp, il prossimo anno: un secolo dalla nascita (27 gennaio ’27) e quarant’anni dalla morte (10 dicembre 1987): è sempre il momento, per noi cronisti sportivi, di celebrare lo scrittore che trasformò un pallone, un semplice pallone, in letteratura. Una volta, e per sempre. Accadde nel 1969, quando il celebrato autore de “La suora giovane”, romanzo elogiato da Eugenio Montale, e de “L’ombra delle colline” (Premio Strega nel ’64) cominciò a scrivere di vicende di sport sul quotidiano “La Stampa”, grazie a una intuizione di Guido Piovene. Non seduto dietro una scrivania, ma andando per stadi e palazzetti, in tribuna-stampa, dettando, nelle notturne, i pezzi “a braccio” e, spesso e volentieri, regalando incipit preziosi a colleghi in difficoltà. Il suo esordio sulle colonne del quotidiano torinese fu subito segnato da una forte polemica, con un altro gigante del tempo, Pier Paolo Pasolini. PPP, da autentico “corsaro”, auspicava una sconfitta del pugile Nino Benvenuti per evitare “una volta per sempre delle false consolazioni ai bassi salari”. Arpino scese in campo da par suo, opponendo la sua diversa visione della pratica sportiva: “Le parole di Pasolini, patetiche e paradossali, appartengono a un vocabolario che di volta in volta scarica sullo sport tonnellate di interpretazioni capziose, quasi lo sport fosse soltanto ingannevole evasione, spregevole diversivo, il solito oppio dei popoli, e non una attività, non un crocevia di tecniche diverse e importanti, talora quasi una scienza. Usare lo sport come bersaglio è arma vecchia, è argomentazione qualunquistica, tipica presso certa sociologia avventata”.
Arpino difende il lavoro universale, di “puro svago”, dello sport, attività dove le regole vanno rispettate e la sconfitta “non dovrebbe mai creare vittimismi o rancori”.
Giovanni Arpino e lo sport, dunque. Fu lui, con la sua scelta di raccontare campioni, meteore, fatti e misfatti, mondiali e campionati, pugili centravanti e ciclisti, a dare dignità a un genere, fino a quel momento confinato in una pallida serie B letteraria. La narrazione sportiva si affidava, di tanto in tanto, alle incursioni, fugaci, di Umberto Saba e Dino Buzzati, di Alfonso Gatto e Vittorio Sereni, alla passione di Pasolini, ala destra di qualità: frammenti a margine di una cronaca che veniva bandita dalla intellighenzia, esclusa dai circoli intellettuali. Discutere di pallone, ma insomma! Certo, imperversava – con i suoi neologismi e Leopardi applicato al football, con dotte cartelle settimanali – Gianni Brera: ma il Gioânn era, innanzitutto, giornalista sportivo, insuperabile nella lettura dell’evento agonistico, ma anche così “fragile” nel momento in cui decideva di provarsi a navigare nel mare periglioso del romanzo. Fu Arpino a compiere il miracolo: lo sport non rappresentava soltanto un laboratorio per apparenti e, spesso, improbabili scrittori, ma terreno fertile di narrativa. A lui dobbiamo il nostro primo e vero romanzo “dentro” il calcio: “Azzurro tenebra”, ambientato al Mondiale, ruinoso per i nostri colori, del 1974 in Germania, e la più bella poesia calcistica: “Me grand Turin”, scritta in dialetto piemontese e dedicata a capitan Valentino e agli altri eroi del Torino scomparsi nel rogo di Superga il 4 maggio del ’49.
A lui, noi che ci occupiamo di faccende e vicende sportive, dobbiamo l’orgoglio di sentirci, da tempo, senza più remore e imbarazzi, “bracconieri di tipi e personaggi”.
