La caccia ai simulatori come la guerra agli evasori: troppi condoni
Ne "L'angolo del Beck", Roberto Beccantini smonta l’ennesima crociata contro i simulatori, tra giro di vite annunciati, Var che promette giustizia e una memoria calcistica che racconta tutt’altro. Perché la simulazione non è una deriva moderna ma un vizio strutturale del gioco, antico quanto il calcio stesso, e ogni indignazione a comando somiglia più a un rossetto di sistema che a una vera riforma.

La caccia ai simulatori è il rossetto della nostra Italia, come la guerra agli evasori, con i «condoni» a limitare i danni e il Var, talvolta, ad accentuarli. La tiratina di maglia dell’improvvido Alessandro Bastoni e lo svenimento teatrale di Florian Wirtz, nel ventre molle di Inter-Liverpool 0-1 di martedì scorso, oltre a determinare il rigore della svolta hanno aizzato e rinfocolato fior di dibattiti. E’ sceso in campo anche Gianluca Rocchi, designatore di serie A e B, garantendo l’ennesimo giro di vite. Fuor di metafora: nessun dorma, nessuno si illuda.
Gli archivi sono pieni di episodi foschi, di cadute imbarazzanti, di frodatori e frodati. Repetita iuvant. Un tuffo di silenzio alla «memoria». Juan Cuadrado ne ha incarnato le perdizioni selettive. Se l’arbitro deve essere superiore a tutto, i giocatori vogliono essere superiori a tutti. E, per questo, non si negano nulla. La simulazione è similitudine blasfema, di pancia, strumento grezzo per inquinare l’atmosfera e imbrogliare l’attimo. Molti cascano, moltissimi ci cascano. Ero a Bergamo, l’8 aprile del 1990, quando Alemao crollò «urtato» da una monetina, e Salvatore Carmando, il massaggiatore, gli intimò: «Buttati giù! Statt’ ‘n terra!». Era il Napoli di Lucianone Moggi e Diego Armando Maradona. Morale: da 0-0 a 0-2 a tavolino fra i moccoli della Dea e lo sdegno di un Milan «risarcito» con un gol del Bologna «fantasma» solo per la terna.
Cuadrado non ha fatto scuola perché la scuola è sempre esistita. C’era l’accademia fiorentina del Novecento, che aveva in Luciano Chiarugi, ala vecchio stile, la cattedra più ambita e riverita. Ci sono stati Milos Krasic e Adriano, Kevin Strootman e Dries Mertens. Lo spirito è forte ma la carne debole; e la paura che qualche terzinaccio possa attentare ai sacri lombi, la spinge, la gonfia. Omar Sivori cercava in ogni modo di resistervi. E se notava un bravaccio in agguato, pronto a menarlo, lo anticipava di speroni: mai porto l’altra guancia, figuriamoci l’altra anca. Il simulatore seriale è un kamikaze che ha scelto d’immolare la fede e la fedina per la classifica del suo «Paese».
Consapevole di schiantarsi contro l’esecrazione del tifo (avverso) pur di centrare l’obiettivo, non importa se la bagnarola di una punizione o la portaerei di un penalty agli sgoccioli (come il tuca-tuca infantile del Cuadrado al quadrato con Ivan Perisic, il 15 maggio 2021, in Juventus-Inter 3-2). E’ un «mestiere» complicato da sradicare dalle metafore dei trampolini e delle piscine, dai Cagnotto e dai Dibiasi. Gli inglesi, perfidi custodi del tempio (e dei tempi), citano ancora l’auto-inciampo di Raheem Sterling fra le zolle di Manchester City-Shakthar Donetsk 6-0 del 7 novembre 2018 (Champions). Fruttò un «dischetto» e un sacco di risate. «The Sun», il tabloid delle donnine nude in terza pagina, pubblicò il
tabellino con un asterico a oscurare il totale dei gol: affinché si sapesse che «Ccà nisciun è fess».
Per Groucho Marx, ieri: «Il segreto della vita è essere onesti e comportarsi bene. Se riesci a simulare tutto questo, ce l’hai fatta». Per Dante, oggi: «Ed elli avea del cul fatto piroetta.»
