I 90 anni di Dan Peterson, il Colombo americano che ha «scoperto» l’Italia

Ne “L’Angolo del Beck”, Roberto Beccantini celebra i 90 anni di Dan Peterson: il Colombo americano che ha raccontato, allenato e spiegato lo sport a un Paese intero, trasformando il basket in linguaggio, spettacolo e pensiero.

Articolo di Roberto Beccantini05/01/2026

A nominarlo per esteso, Daniel Lowell Peterson sembra quasi un’altra persona. Come le grandi firme del Brasile, in barba alla prolissità dell’anagrafe, da Edson Arantes do Nascimento (Pelé) a José Roberto Gama de Oliveira (Bebeto). Ma poi atterri su «Dan» e la curiosità diventa carriera, la carriera romanzo, il romanzo rivoluzione. Perché sì, i 90 anni che il «nano ghiacciato» (è di Oscar Eleni) compirà venerdì 9 gennaio appartengono più a noi che a lui. E se hanno cambiato lui, non hanno lasciato indifferenti noi.

Gli devo cartoline affettuose della mia Bologna; di Gianfranco Civolani detto Civ; di Peppino superdotto della Dotta, bigiotteria in via Clavature e cattedra in piazza Azzarita; della giacca di camoscio di Aza Nikolic e delle sue sigarette tremule; del periodo del Giordan e delle cascate di piombo. Alla Virtus e quindi a Milano, la saga dell’Olimpia. Ma anche: millantata spia della Cia in Cile, poco prima della tragica staffetta fra Salvador Allende e Augusto Pinochet; allenatore, telecronista, testimonial, scrittore, oratore, motivatore.

Se ho dimenticato qualcosa, «mi corrigerà».

Silvio Berlusconi, attraverso Adriano Galliani, gli aveva offerto addirittura il Milan. Bim-Bum-Dan, che avrebbe portato Massimo Giacomini come allenatore, chiese tempo. E così in alto loco sterzarono su Arrigo Sacchi. Parola d’ordine: «Sputare sangue». Il megafono fu Lorenzo Pardo, giocatore del suo Cile: «Que no crucen la linea de media cancha»; che non passino la linea di metà campo. Inviato di «Tuttosport», ne raccontai il primo trofeo italiano, la Coppa Italia alzata a Vicenza il 12 maggio 1974, Virtus-Snaidero 90-74, proprio la domenica in cui il Paese confermava il divorzio, con lo zoccolo americano di Dan fuori di sé poiché, per dire «sì», si doveva mettere «no» (all’abrogazione della legge eccetera).

«Mamma, butta la pasta», di fronte a uno scarto assassino e a un orologio ormai cadavere, mutuato da Bob Elson, radiocronista storico dei Chicago White Sox di baseball, e dal suo «Mamma, metti il caffè sulla stufa», ne riassume l’aspetto ludico, in bilico perenne fra divulgazione e ricreazione. La 1-3-1 e la «Banda Bassotti» (ancora from Eleni), Mike D’Antoni e Dino Meneghin, la noia per le bombe da tre, l’esigenza di adeguare la modernità del gioco alla «grafica» della voce: l’urlo. «Tutto è flash, tutto è lampo, la telecronaca, l’intervista. Se una volta servivano tre righe, oggi ne basta una. Devi essere più Ernest Hemingway che William Faulkner».

Usa e progetta. Ogni mattina, una raffica di email. Sul coaching, sulla seconda guerra mondiale. Di una taccagneria degna di Juan Alberto Schiaffino, sapeva della mia cotta per Sergej Belov, e io della sua, numero dieci dell’allora Unione Sovietica, lottatore di «classe» (non in senso marxista), scappato dalla scuola dell’obbligo (degli schemi).

Gli chiesi se un calcio d’angolo foriero di un gol potesse definirsi assist. Barcollò. Non rispose yes, rispose may be. Uomo di mondo, e di mondi, il menestrello di Evanston, Illinois, dalle Due Torri alle torri del Forum, tra musica country e pick and roll; parole crociate e analisi «pre» ventive, mai «post». Mi arrendo: persino i «pagamenti» in aggettivi, alla lunga, annoiano.

 

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