La Coppa Italia specchio del Paese: un inchino alla «casta»
Ne “L’Angolo del Beck”, Roberto Beccantini smaschera le contraddizioni della Coppa Italia: tra formule che proteggono i potenti, favole che altrove sono possibili e un sistema che teme la democrazia del pallone più di ogni sorpresa.

Un altro termometro per misurare la febbre del Paese, dopo le moviole dei giornali, coinvolge la Coppa Italia, fresca reduce dalle partite secche degli ottavi. Continua a sollevare un vespaio estraneo ai ruspanti dibattiti del primo Novecento: uomini di sport, preferite piazzarvi quarti – e guadagnarvi, così, l’ultimo balcone con vista Champions – o alzare, comunque, un trofeo?
In caso di doppietta (Supercoppa, Coppa Italia), Gerry Cardinale avrebbe confermato Sergio Conceiçao, il cui Milan, nono, era stato escluso da tutto: persino dalla Conference League. Sono anni che si spara addosso alla formula della coppa domestica, ambulanza perennemente in posa e lontana, lontanissima, dalla «nonna» inglese, ligia a principi di rigorosa democrazia: in attesa di arrampicarsi in vetta, si comincia dalla base, nel senso letterale del termine. La Germania imbarca 64 squadre, così suddivise: le 36 di serie A e B, 4 di terza categoria, le 21 vincitrici delle coppe regionali e tre in rappresentanza dei Lander con il numero più alto di club iscritti ai campionati. Da noi, in compenso, vi aderiscono in 44: le 20 di A, le 20 di B, più 4 di C.
La base, cioè i dilettanti: se è un sogno, non svegliateli.
In Italia no, il «razzismo» di censo tutela e privilegia le Grandi in virtù di un fattore campo che strozza le emozioni e le sorprese, anche se talvolta qualche verdetto evade dalle sbarre del regime protettivo e cogente: la scorsa stagione, il retrocesso Empoli eliminò ai penalty sia la Fiorentina sia la Juventus. In trasferta, naturalmente.
In Francia, la favola dei «pescatori» del Calais, finalisti nel 2000, ispirò fior di romanzi e reportage alternativi al potere dei «soliti» noti. Beati loro. E pazienza se poi l’epilogo baciò i canarini del Nantes, non esattamente i ragazzi della via Pál. Figlio del secolo «breve», non ho dubbi nello scegliere le coppe nazionali rispetto alla «medaglia di legno» che pure scoperchia i lingotti della competizione più bulimica e ricca al mondo. A costo di passare per vecchio bacucco.
Domanda: come ci regoleremmo, un domani, se arrivare noni o decimi offrisse l’atterraggio sull’ennesima banca di consolazione? L’albo d’oro non va mitizzato, ci mancherebbe, ma nemmeno ridotto a un goffo ricettacolo di patacche. Sarà sempre la qualità – dei tornei, delle rose, dei rivali – a calibrare le gerarchie, senza però trascurare l’antico proverbio: «Quando il saggio indica la luna, lo stolto guarda il dito». Metafora per metafora, la luna è l’etichetta e il dito il montepremi, o viceversa?
L’ultima edizione l’ha conquistata il Bologna di Vincenzo Italiano, il 14 maggio all’Olimpico, superando il Milan per 1-0. La resa dell’Udinese a Torino, con la Juventus, e il Venezia di scorta demolito dall’Inter a San Siro hanno ribadito il servilismo organico del sistema. Un Calais finalista sarebbe una favola ma non farebbe audience. Jim Morrison diceva: «Sii sempre come il mare che, infrangendosi contro gli scogli, trova sempre la forza di riprovarci». Contro gli scogli, forse. Ma contro la casta?
