Ricordando John Robertson, che 45 anni fa era già nel futuro

Un ricordo che non è nostalgia ma testimonianza. Beccantini torna a John Robertson con gli occhi di chi c’era davvero, intrecciando memoria personale e storia del calcio, e lo fa con una scrittura che corre come un’ala vera: colta, ironica, mai compiaciuta. Un ritratto che diventa letteratura, perché certi gesti e certe parole non appartengono al passato, ma continuano a spiegare il presente a chi finge di aver inventato tutto ieri.

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Articolo di Roberto Beccantini29/12/2025

John, rimembri ancora quei tempi della tua carriera mortale, quando beltà splendea nei tuoi dribbling ridenti e fuggitivi… John era, e sempre sarà, John Robertson. Il crepuscolo degli anni Settanta fu la sua alba. E il Nottingham Forest, la sua saga, non meno popolare dei racconti di Robin Hood. Quella foresta, quel Forest. Una magia e una mania.

Due Coppe dei Campioni ricavate da uno «scudetto», uno solo. Prendete la leggenda della Juventus e rovesciatela: avrete la storia di una favola, di un miracolo, di un qualcosa che ci sfugge, come l’ombra, e come l’ombra ci inseguirà nei secoli. Senza dimenticare Brian Clough, l’allenatore. Uno tra i più grandi in assoluto – se non il più grande – nel rapporto tra risorse disponibili e risultati acquisiti. Brian, con quell’aria un po’ così di inglese imbevuto di Charles Bukowski prima di bersi la vita, ogni ringhio un cazzotto, «Gli hooligans nel calcio? Bene, tanto per cominciare ci sono 92 presidenti». Go e mai stop.

Se lo sport è cultura e non esclusivamente coltura di luoghi comuni, Robertson ne riassume e incarna un passaggio cruciale che, tradotto oggi, fa sghignazzare di coloro che pensano di aver inventato il football. Proprio «loro» che si reputano depositari di un verbo che spesso finisce per schernirne la tronfia vanità.  Il destino mi gratificò di un dono immenso: essere testimone, per «Tuttosport», di entrambe le finali che lo scozzese decise con il suo stile, con la sua classe. La prima, il 30 maggio 1979, l’anno di «Prova d’orchestra» di Federico Fellini e di «Apocalypse now» di Francis Ford Coppola, all’Olympiastadion di Monaco di Baviera: 1-0 agli svedesi del Malmoe. Pioveva che Dio la mandava, secondo il lessico ruspante dei sagrestani dell’epoca.

Ecco come descrissi l’azione: «Il cross di John Robertson fu una pagina di testo. Argomento, la funzione dell’ala. Corse via a chi lo braccava, rasente il fianco sinistro, e con una coordinazione degna del miglior ginnasta alzò un arcobaleno che sorvolò la ressa e planò sul palo più lontano, fra i riccioli di Trevor Francis. Palla al centro».

E al Bernabeu di Madrid, la stagione successiva, il 28 maggio 1980, l’anno de «Il nome della rosa» di Umberto Eco: 1-0 all’Amburgo di Kevin Keegan. Il tabellino recita: gol di Robertson al minuto 20. Se mancina era stata la parabola in terra bavarese, di destro fu il tiro che sorprese Rudolf Kargus. E qui arriva il bello. Seguitemi: non solo dal limite dell’area; addirittura da posizione centrale. Alla lettera. Ma come? obietteranno dai pulpiti dell’Ovvio: un’ala o sedicente tale che «entra dentro il campo», triangola con un compagno – perché sì, John triangolò con un compagno –  e scocca il dardo dal cuore dell’arena e non da una sua costola: il tutto, già 45 anni fa. In anticipo sulle mode cogenti; in barba ai «piedi invertiti» del Covercianese post-moderno. Ma chi crede di essere?

Se n’è andato il giorno di Natale. «Siamo tutti nati nel fango, ma alcuni di noi guardano alle stelle», ammoniva Oscar Wilde. Aveva 72 anni, mister Robertson: e le stelle guardavano lui.

 

Immagine creata con AI

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