A proposito di rigori: dal limone di Benito al «Bonny soit qui mal y pense»
Un rigore non è mai solo un rigore. È una sentenza travestita da gesto tecnico, una cerimonia crudele in cui il confine tra genio e farsa dura lo spazio di un respiro. Beccantini lo racconta come si fa con i miti che non invecchiano mai, tra cucchiai che riscrivono la storia, limoni sabotatori e portieri condannati a scegliere senza sapere. Perché dagli undici metri il calcio smette di essere sport e diventa racconto. E come ogni racconto che vale la pena leggere, non finisce mai allo stesso modo
Foto di Jannes Glas su UnsplashDe rigoribus. Franco Esposito vi ha dedicato un libro: «E continuano a chiamarli lotteria». Sempre attuale, a maggior ragione dopo il tie-break arabo di Supercoppa, che ha promosso il Bologna e bocciato l’Inter. Verrebbe da dire: «Bonny soit qui mal y pense». Una volta, «massima punizione». Oggi, eruzioni di mani-comi ed erezioni di pedatine, palpeggiamenti, strofinamenti. Con il Var – goloso, bramoso – a pomiciare dagli undici metri.
Secondo il giornalista brasiliano Armando Nogueira «il rigore è una sentenza di morte nella quale il carnefice può diventare vittima». Nacque nell’Ottocento, figlio del figlio di un milionario, William McCrum, irlandese di Milford, con lo scopo, nobile, di porre ordine – o fissare almeno un confine – ai mattatoi che infestavano il calcio dei pionieri, tutto foga e poca cavalleria. Entrò ufficialmente in vigore il 2 giugno 1891.
Ebbene, il 20 giugno del 2026 celebreremo i 50 anni dell’esecuzione che spaccò la storia e, in un certo senso, la (ri)scrisse: il cucchiaio di Antonin Panenka, ceco quando Praga inglobava ancora Bratislava e la Slovacchia. Belgrado, gran finale dell’Europeo con la Germania Ovest. Due pari, supplementari, penalty. Decise lui. Con un pallonetto centrale, un po’ scavato e un po’ scafato, che stordì Sepp Maier e spiazzò il «balisticamente corretto». Come Dick Fosbury nel salto in alto. Pareva una moda: si trasformò in un modo. Francesco Totti vi avrebbe costruito uno spicchio di carriera: «mo’ je faccio er cucchiaio». A Edwin Van Der Sar, in Olanda-Italia, euro-semifinale di Amsterdam. Era il 29 giugno 2000, lo stesso giorno in cui morì Vittorio Gassman: da mattatore a mattatore.
Il romanzesco 3-3 di Juventus-Torino del 14 ottobre 2001 spinse il popolo granata a innalzare Riccardo Maspero al rango di Ulisse e paragonò la sua buca al cavallo di Troia dell’Iliade. Era l’87’, il sinistro di Marcelo Salas sfiorò le vaghe stelle dell’Orsa. Non a caso, se ne parla da un secolo e se ne parlerà per secoli. E’ la forza del calcio, metà arte e metà riffa.
Come il pomeriggio del 6 ottobre 1957, a San Siro. Un altro derby, Inter-Milan 1-0. Dirige il tiranno di Siracusa, Concetto Lo Bello. Un rigore per l’Inter, propiziato da Benito Lorenzi e realizzato da Guido Vincenzi. E uno per il Milan, sbagliato da Ernesto Tito Cucchiaroni, argentino di Posadas, all’estremità nord-orientale del Paese. Sbagliato perché? Perché quel sacramento di Benito detto «veleno» si era sfilato dalla ressa e aveva raggiunto la panchina, per «ristorarsi». Il massaggiatore o chi per lui gli porse mezzo limone. Lorenzi, che dava della «Marisa» a Giampiero Boniperti, amico grande e rivale grandissimo, si illuminò d’immenso.
Lo custodì gelosamente e in piena zuffa, indisturbato, lo piazzò sotto la palla che lo sventurato Tito aveva già sistemato sul dischetto. Dai gradoni i tifosi milanisti più smagati avevano colto il sabotaggio. Si misero a sbraitare, a indicare qualcosa, «quella» cosa, sul prato, proprio lì, nel cuore dell’area, fra il gesso e il cuoio. Tito non sentì, prese la rincorsa e mirò. «Over the rainbow», cantava Judy Garland ne «Il mago di Oz». Over la tribuna intonò, più terra terra, la torcida interista.
